domenica 6 gennaio 2013

condividere le foto ciò che mangiamo per far capire chi siamo...

di Nathan Jurgenson
Traduzione di Maria Sepa
da La lettura del 6/01/2013
Il mio tacchino arrosto su facebook
Negli ultimi tempi aprendo Facebook non vedevo che immagini di dorati tacchini arrosto, ripresi a lume di candela e presentati nell’aura finto-antica di un filtro Instagram. Seguivano fotografie di piatti vuoti e di libagioni protratte fino a tarda notte. La tradizione americana della festa del Ringraziamento si è ora arricchita di un nuovo rituale: la documentazione fotografica completa della cena, condivisa su siti come Facebook, Instagram e Twitter.
Molti avranno notato che i social media sono dominati da foto di un certo tipo, come i propri piedi nella sabbia di una spiaggia, la vista dal finestrino di un aereo con tanto di nuvole o grattacieli e, naturalmente, la propria immagine riflessa dallo specchio. Ancora più comuni sono le foto di bambini, animali e cibarie. Che sia la schiuma perfetta del cappuccino al mattino o l’esotico e colorato sushi la sera, fotografare prima e mangiare poi sembra esser diventata una nuova moda, una curiosa abitudine che accompagna i pasti del XXI secolo.
Che lo si ammetta o no, il cibo non è solo quel che si mangia. Come ha scritto negli anni Sessanta e Settanta il sociologo francese Pierre Bourdieu, i nostri gusti sono anche il prodotto delle nostre caratteristiche, del nostro luogo di origine, dell’impressione che vogliamo suscitare negli altri, e così via. I nostri gusti alimentari sono una sorta di «capitale culturale», una dimostrazione della nostra condizione sociale basata sulla loro raffinatezza. Il cibo ha quindi una funzione simbolica: può essere uno status symbol per mostrare benessere e buon gusto, e un modo per affermare che tipo di persone siamo — se mangiamo carne o siamo vegetariani, se ci piace il fast food o preferiamo i prodotti locali e biologici, se optiamo per i sapori tradizionali o siamo dei palati avventurosi. Il cibo è un modo molto efficace di dichiarare da dove veniamo, chi siamo, o semplicemente di mostrare che stiamo vivendo un momento piacevole.
Oggi il detto «siamo quel che mangiamo» è più vero che mai. È la platea che i social media ci offrono a spingerci a puntare la macchina fotografica sul nostro tavolo da pranzo. La fotografia non è una novità, ma una volta non era pratica comune ritrarre piatti o cibarie. Oggi invece si scatta una foto al proprio bicchiere di Martini, la si carica su un social network, la si tagga e nel giro di pochi minuti centinaia di «amici» la vedono e aggiungono commenti, ci gratificano con quei popolari indicatori di capitale culturale che sono i «Mi piace» o i «preferiti».
Il vecchio «problema» del cibo è che si consuma rapidamente. I nostri pasti sono per loro natura effimeri, vengono mangiati poco dopo la preparazione e prima che vadano a male. A volte sono presentati in una forma particolarmente curata sul piano estetico, ma che pochi minuti dopo sarà demolita, masticata e ingoiata. L’aspetto di quella perfetta tazzina di caffè dura il tempo che ci vuole per berla. Quando si è in viaggio, l’emozione di un ingrediente esotico si esaurisce con l’ultimo boccone. La fotografia sui social media interviene a risolvere questo «problema» che non sapevamo neanche di avere: conserva il potenziale valore simbolico e il capitale culturale di un pasto prima che venga consumato.
Le fotografie contrastano la mortalità del cibo, trasformando la sua fuggevole qualità in qualcosa di più duraturo, in una forma che può essere condivisa nel tempo e nello spazio con altri che non sono seduti alla nostra tavola. In un mondo in cui tutto è documentato dai social media, limitarsi amangiare qualcosa di interessante e appetitoso senza documentarlo sembra quasi uno spreco. La macchina fotografica puntata strategicamente sul piatto è il tentativo di estrarre più capitale sociale possibile da un’esperienza che una volta appariva effimera.
Quando quel che mangiamo o beviamo vive al di là della digestione, assume altri significati. Il piatto di pasta presentato con cura o il rorido bicchiere del cocktail perfettamente illuminato nell’oscurità di un bar annunciano agli altri che ci stiamo godendo la vita. E gli amici — meno sicuri di sé — risponderanno con immagini di cucina «etnica», per mostrare di avere gusti colti e cosmopoliti. L’esperienza di cucinare, servire e mangiare è riaffermata da una nuova categoria di giudizio, che valuta quanto il cibo sia fotogenico, degno di essere condiviso, piacevole, «twittabile», «instagrammabile».
Forse i negozi di alimentari arriveranno ad avere dei «banchi Instagram» con gli alimenti più fotogenici. O forse gli chef saranno giudicati da quante foto dei loro piatti sono pubblicate online. Potremmo discutere se tutto questo sia una cosa buona o no, ma dobbiamo convenire che per molti la macchina fotografica si è aggiunta alle posate e ai tovaglioli come utensile necessario al corretto consumo di un pasto.
Twitter @nathanjurgenson